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In una disamina delle caratteristiche che concorrono alla formazione dell’arbitro, è opportuno soffermarsi su argomenti che non sono dei semplici particolari: la risposta all’errore è quindi allo stress emotivo.
L’arbitro, innanzitutto, in quanto essere umano, sperimenta nel corso della vita, nei suoi vari stadi evolutivi, diversi stati d’animo verso cui si pone in modo differente. Di conseguenza, anche nella sua attività, non è, ma non potrebbe peraltro esserlo, esente dal compiere errori. Dalla consapevolezza che ciò, ovverosia l’errore, rappresenti un fattore di assoluta normalità, si deve far presente che la tensione positiva va rivolta a limitarne il coinvolgimento emotivo.
L’arbitro, dunque, nel suo percorso formativo, nelle gare da lui dirette, deve confrontarsi con esercizi specifici per mantenere un’adeguata concentrazione durante la gara, ma ancor più, deve imparare a gestire situazioni quali, ad esempio, la comparsa nel corso della competizione di momenti di incertezza o di calo della soglia di attenzione, magari accentuati dalla consapevolezza di avere effettuato, in precedenza, valutazioni precipitose. Se pur momentaneamente ciò può conferire allo stato d’animo un valore di insicurezza decisionale. E’ questo il punto “trigger” in cui la capacità reattiva rimpiazza la condizione precaria con una spinta d’azione rinnovata che possa permettere all’arbitro, in qualsiasi momento, di mantenere la propria autostima prestazionale. Commesso l’errore e ciò è molto semplice , va riconosciuto, identificato ed allontanato emotivamente in quanto condizionante il proseguio della gara. L’errore è figlio già del momento emotivo precedente e quindi fa parte ora del bagaglio di esperienza. Non riuscire a lasciarsi alle spalle in tempi rapidi il momento critico vuol dire rimanere esposti, impallati alle influenze negative dei calciatori del pubblico dei dirigenti poichè l’attenzione continua ad essere distolta dalla riflessione su una decisione assunta quando ancora non è ancora il momento di un’analisi più propria del post-gara. Dividere l’azione in momenti presenti per poi passare oltre, concentrando l’attenzione sull’immediato futuro rappresentato dal giuoco che attualmente è in svolgimento e dall’indirizzo specifico che la gara presenta al momento.

Non è poi solo l’errore la causa della perdita della padronanza di una gara; un ruolo estremamente significativo è svolto anche da una coscienza di una forma fisica non perfetta. Se il livello d’ansia è troppo elevato e mal gestito può determinare prestazioni di gare non soddisfacenti,di contro se è scarso si può correre il rischio che le possibilità di rendimento siano ugualmente ridotte e causa di una sottovalutazione dell’impegno da sostenere. Essere un buon arbitro significa possedere buone abilità mentali ed una “cultura arbitrale”specifica che è sottesa da concentrazione, motivazione, comunicazione, autoregolazione, sicurezza e,non ultima, la gestione dello stress. L’arbitro può,gara dopo gara e questo è il suo allenamento acquisire esperienza quanto gli necessita per imparare a controllare i diversi livelli di stress. Se queste reazioni vengono attualizzare al più presto l’arbitro sarà in grado di riacquisire rapidamente la padronanza di sé e della gara,ricostituendo quelle risorse psichiche necessarie per il buon espletamento del compito. E…che ben venga l’errore se questo acquista subito il sapore dell’esperienza utilizzata per la crescita e la maturazione emotiva dell’arbitro. Perdonatemi l’irriverente riferimento biblico,ma…chi non ha mai commesso un errore…