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Le visite alle regioni e alle sezioni che ho avuto modo di svolgere nell’ultimo mese, in qualità di componente del Settore Tecnico Nazionale nell’area formazione del calcio a 5, sono state una occasione per conoscere le diverse realtà locali e raccogliere spunti di riflessione. Quelle che espongo sono le idee più forti emerse dagli scambi avuti, nel tentativo di offrire un contributo utile per il territorio.
L’elemento comune, emerso a tutti i livelli e nei diversi contesti, è la necessità di adottare un linguaggio comune, vale a dire: assicurare omogeneità nell’interpretazione del regolamento, adottare linee guida comuni e perseguire gli stessi obiettivi.
Il primo, comune obiettivo che dobbiamo perseguire – dal vertice al territorio, dalla CAN alla sezione – è quello della qualità arbitrale, vale a dire la formazione di arbitri competenti.
Ma cosa significa essere competenti? Vuol dire curare sempre, e non solo al momento dell’inserimento o nei raduni pre campionato, 3 aspetti:

• le conoscenze (il regolamento);
• le capacità (la pratica in campo);
• i comportamenti (capacità di relazione con tutte le componenti coinvolte nella gara, lettura ed interpretazione del contesto, sviluppo della personalità, confronto con i formatori).

Dei 3 aspetti menzionati quello comportamentale è senz’altro il più delicato in quanto dipende da due variabili critiche, il tempo e il confronto.
Ne consegue che:

• la maturità arbitrale si costruisce nel tempo: non si deve avere fretta di bruciare le tappe e bisogna sempre considerare la massima serie del campionato in cui si milita come il punto di arrivo di un percorso maturo e di merito;
• il confronto con i formatori è un insostituibile veicolo di trasmissione delle conoscenze: l’OT, l’OA, il Presidente di sezione e del CRA, i colleghi più anziani sono fonti, informali ma preziose, di conoscenze che difficilmente si trovano nelle fonti ufficiali essendo legate all’esperienza di ciascuno.

In definitiva non c’è crescita senza confronto e non c’è divertimento – inteso, per noi arbitri, come capacità di governare al meglio una gara – se non siamo adeguati al contesto. E siamo adeguati al contesto solo se siamo tecnicamente preparati e maturi dal punto di vista comportamentale.

L’obiettivo della qualità arbitrale rischia di essere messo in secondo piano da alcuni bisogni forti che emergono dal territorio:

1) la necessità di coprire le gare e lo scarso ricambio generazionale (conseguenza della crisi di vocazioni);
2) l’esigenza di avere nuovi osservatori (carenza di formatori);
3) la ricerca di una nuova etica (dovuta dalla crisi di valori e dei comportamenti).

L’unica risposta per scongiurare questo pericolo è puntare sulla qualità, costruire la cultura della competenza e del merito: un compito che implica un patto di mutua collaborazione fra “vecchi” e nuovi, fra arbitri e formatori, tra maturi e maturandi, nello sforzo comune di garantire passaggi graduali fra un ruolo ed un altro senza perdere saperi importanti. L’augurio sincero è che la nostra regione continui a costruire il proprio futuro arbitrale sulla competenza, sul merito e sulla qualità al fine di mantenere questo contesto autorevole e competitivo a livello nazionale.
Buon campionato a tutti. Laura Scanu